La “Tratta” raccontata da Salani

Scritto da il 23 Gennaio 2012
E' un documentario tanto la ripresa è diretta e incerta ma è anche un film che racconta qualcosa che non è – e non può essere - finzione. "Gli occhi stanchi" scombussola da subito lo spettatore con il suo essere un "falso documentario "ma è quello che vediamo, senza fraintendimenti. Qualcosa che ci racconta in faccia la tratta della prostituzione.

Una macchina da presa un po' tremolante inquadra Ewa, ragazza polacca che si trova su un pulmino con un gruppo maldestro di cineasti. Ewa sta raggiungendo la terra natia dopo otto anni di lontananza. Otto anni in cui è stata sbalzata dalla Polonia a Cipro, poi a Dusseldorf, Fiumicino, Viareggio ed infine Roma. Otto anni in esilio, senza avere la libertà di poter raggiungere casa, otto anni di sofferenza nel mondo dello sfruttamento, della schiavitù, in quel giro europeo della prostituzione, in cui tante ragazze cadono ogni giorno. Una via crucis che lo spettatore scruta nello sguardo gelato di Ewa, nei suoi racconti macabri di questo mondo che va a pezzi, quello di fuori fatto di soldi e violenza e quello dell'animo della protagonista, pieno di vergogna e lividi.

Una sorta di monologo che l'attrice Agnieszka Czekanska recita perfettamente intervallato solo da pochi spezzoni di curiosa quotidianità. Ma "Gli occhi stanchi" è anche un viaggio nel viaggio: quello intrapreso dai quattro protagonisti fino in terra baltica ma anche quello di Ewa che raccontando il suo orrore può così esorcizzare questo vissuto tragico e malinconico di una sopravvissuta che ha saputo mettere, però, la parola fine.

A dirigere questa piccola opera di grande spessore è il regista toscano, Corso Salani, scomparso prematuramente nel 2010. Salani tratteggia in quest'opera non solo la brutalità della prostituzione ma anche lo spaesamento e lo straniamento di un immigrato in terra straniera.

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