La terra sotto i piedi o mettere i piedi per terra

Scritto da il 09 Luglio 2012
La terra sotto i piedi o mettere i piedi per terra Mario Fornasari

“Sobre llovido, mojado” si direbbe dalle mie parte per riassumere lo stato d’animo, lo sconcerto e lo stato di shock, nel quale è immersa l’intera Emilia Romagna dall’alba del 20 di maggio, quando alle quattro e cinque del mattino la terra tremò, svegliando a strattoni i suoi abitanti, spargendo paura senza discriminazione né considerazione alcuna. Ogni conflitto già sussistente nella regione interessata dal sisma si sospese per i 20 secondi che durò la scossa, per riprendere dopo prendendo una direzione totalmente diversa di quella che aveva prima, ogni cosa da allora in poi sarebbe stata raccontata come prima e dopo il terremoto. Lo sconcerto maggiore di tutta quanta la popolazione emiliana-romagnola si deve al fatto che per centinaia d’anni  si era considerata “al sicuro”. “Nessuno mai si sarebbe immaginato che avremmo dovuto imparare a vivere con la terra che si muove sotto i  piedi “, mi disse un’anziana signora ospite d’un campo di sfollati.

A questo punto è passato più d’un mese dell’inizio del fenomeno naturale dello spostamento di zolle di corteccia terrestre, fenomeno che ci ricorda quanto siamo impotenti, noi, umani davanti la potenza della natura. Valiamo tanto come un passerotto, anzi, il passerotto ha il vantaggio dalle ali, vantaggio che gli Dei per fortuna non ci hanno dato, altrimenti chi sa si saremmo ancora sulla terra noi umani. Però sulla terra ci siamo, e tremammo tutti insieme ad ogni scossa  che ci è stata propinata, nessuno è esonerato, bimbi, giovani, vecchi, saggi e vigliacchi, bianchi, neri e gialli,ricchi e poveri, liberi e imprigionati. Tutte le nostre miserie si agitano in un miscuglio di terrore e finta “non chalance”. Come onde, a partire dell’epicentro di ognuna delle scosse che si sono succedute,  insieme con le fratture che hanno devastato paesi interi e falciato vite, insieme con i campanili secolari, si è fatto a pezzi ed è crollato il senso d’incolumità  che faceva da pilastro portante a una società lavoratrice per natura e per dovere, società ambiziosa e prepotente che si considerava esente dal pagamento della quota di disastri naturali che colpivano saltuariamente altre parti meno fortunate del pianeta. Pianti e stridio di denti sono arrivati anche qui spolverando la memoria di tempi antichi. Possiamo dire che passati i primi momenti di stupore, e seguendo questo senso del dovere che caratterizza una gran parte degli abitanti della regione, la gente ha iniziato a darsi da fare. Una sorte di tam tam, più forte di quello dei media ha iniziato a girare creando reti di solidarietà, chi più chi meno, senza buonismi gratuiti, le persone si sono date da fare. L’associazionismo è molto forte nella regione, ed è radicato nel territorio, come si usa dire qui in Italia, questo ha fatto sì che dal primo momento, prendendo spunto della tragica esperienza del dopo terremoto dell’Aquila, la gente preferisse cercare strade d’aiuto alternative alla Protezione Civile. Le forze vive di ogni comune si chiusero attorno alle vittime, a chi aveva perso cari e proprietà,  cercando di seguire da vicino ogni caso, si videro i sindaci dei paesi più colpiti prendere posizione nette di lotta in difesa dei cittadini chiedendo allo stato un aiuto concreto e una piena autonomia per gestire le risorse al fine di uscire della emergenza senza interferenze esterne, che come si era visto in altre occasioni, sono state nefaste.

Poche ore dopo del primo terremoto, si allestirono i primi campi di sfollati, io, che abito a Bologna ebbi l’occasione di andare a collaborare per alcuni giorni a un campo ubicato a 12 km di Finale Emilia, San Matteo in Decima, appena dopo San Giovanni in Persiceto. Il mio contatto nel posto, la mia amica Roberta mi aveva anticipato che questo era un campo composto in un 80% di extracomunitari  dato che queste persone abitavano le case popolari del comune, che in effetto, essendo vecchie e senza nessuna manutenzione sono state le prime a subire danni. Infatti nel campo c’era gente  marocchina, pakistana, romena, e via dicendo. Io arrivai al campo una domenica di qualche settimana fa, era inizio di giugno, come tutti i campi anche questo era gestito della Protezione Civile, e consisteva di dodici tendoni grandi blu, simili a quelli che avevo visto lo scorso anno a Nardò, mi fece una strana impressione vederle vuote e con sei o otto letti fatti, tutto lindo e in ordine, pulito. In confronto alla memoria che avevo delle medesime tende brulicanti di uomini neri, sudati, buttati alla meglio su materassi sporchi e sventrati, in mezzo di un caotico miscuglio di vestiti, scarpe , pentole e altri oggetti sparpagliati per terra, caldo, sporcizia e sofferenza regnavano dentro di quelle tende di Nardò. Quella mattina di domenica invece, a San  Matteo in Decima, le tende erano vuote, pulite e in ordine. Gli eventuali abitanti delle tende, mi disse un anziano volontario della Protezione Civile erano andati a fare un giro alle loro case in paese, infatti era meglio perché a mezzogiorno sotto il sole le tende erano invivibili. Il campo era stato allestito in un campo di calcio. A parte le dodici tende blu, c’erano una decina di tende piccole verdi  tipo “iglù” donate della comunità cinese, ancora queste tende erano vuote. Poi in fondo c’erano tende di “privati”(cittadini italiani)  che erano stati costretti anche loro a lasciare le proprie abitazioni ma preferivano le loro tende come sistemazione. Alcune di queste persone non avevano le loro abitazioni non agibili ma avevano soltanto paura di dormire dentro casa. Quella prima domenica trascorsa nel campo mi lasciò un sapore molto amaro in bocca, tornai a casa con dei crampi allo stomaco, strano, ma non erano effetto di qualcosa che avevo mangiato, ma solo del profondo senso di malessere, rassegnazione e astio che avevo assorbito durante la giornata. Per fortuna noi umani sappiamo assuefarci velocemente a qualsiasi situazione, cosi poté continuare ad andare al campo in avanti senza tornare a casa con i crampi, malgrado la situazione continuasse ad essere la stessa.

Quella prima domenica al campo c’erano tra famiglie e singoli, un centinaio di persone, ma si aspettava l’arrivo di altri 200 sfollati in settimana. Ebbi il piacere di conoscere Loris, Laris e Luis, di undici, nove e sette anni rispettivamente, avevano anche una sorellina, Lorena di solo 13 mesi. Figli di romeni. Giochiamo e disegniamo insieme divertendoci e dimenticando per un po’ la triste situazione che ci aveva fatto incontrare. Durante altre giornate incontrai Rika, Aisha, Giulia, Zheman, Ziad, Alex e tanti altri ragazzi e bimbi, tutti stranieri, che non avendo parenti che li ospitassero si sono visti obbligati a cambiare vita bruscamente. Le loro giovani e spensierate voci mi raccontavano tra gioco e gioco vicende del campo. “Nelle tende ci viviamo a volte una famiglia a volte due, ma soltanto se sono dello stesso paese, loro non vogliono mettere insieme della gente diversa” “Per non creare problema, dicono”. Marocchini con marocchini, rom con rom, pachistani con pachistani. Gli italiani con gli italiani. Stranamente non ho conosciuto nessun bimbo italiano che abitasse in questo campo. Nell’ufficio allestito all’entrata la P.C. riceve la gente. Le donazioni di torte, frutta, giochi, e altro che ogni tanto la gente porta si fermano lì. Il criterio utilizzato per la distribuzione di queste donazione è piuttosto curioso, tanto che non si capisce se le donazioni di frutta, merendine, libri e giochi sono per i volontari della P.C, o per le vittime del terremoto, rimangono lì, in ufficio, come dimenticate. Ciò che invece mi è stato spiegato chiaramente è che l’acqua fresca dalle bottiglie che riempiono il frigo è per i volontari, l’acqua per gli sfollati è quella della pila di pacchi a temperatura ambiente, già tanto “…loro sono abituati”.    I volontari stanno sempre, tutto il giorno seduti fuori del campo, entrano soltanto nel campo per fare il giro di raccolta della spazzatura, all’ora della mensa, e poi durante il giorno vistosamente fuori. La gente che è costretta a vivere nel campo “questa gente” come sono abituati i volontari della P.C. a riferirsi ai rifugiati “si approfittano, non hanno voglia di tornare alla loro casa, vogliono farsi mantenere da noi”, cosi mi diceva uno di loro. Diciamo che dopo quanto ho visto e sentito, ho potuto concludere che se prima del terremoto la situazione di discriminazione verso gli extracomunitari era seria, adesso, dopo il terremoto le famiglie straniere, gli extracomunitari giovani e bambini  chiamati da alcuni “seconde generazioni” sono doppiamente penalizzate. Scaraventati in quelle sorta di ghetti si preparano ad affrontare giornate piene d'incertezza.

Un episodio vissuto nel campo mi fece riflettere molto, lo condivido con voi. Verso le 16 del pomeriggio della domenica, mentre stavamo armando un puzzle arrivò un furgoncino a scaricare alcune cose nella zona mensa proprio dietro di noi, dal furgoncino scese un uomo di colore, e si accinse a scaricare il materiale, ci guardò serio, e in silenzio e senza rispondere al mio saluto iniziò il suo lavoro. Laris, il bambino di nove anni che sedeva accanto a me, sbuffò  e disse a bassa voce con un tono dispettoso “Uf! Quel negro…”

A questo punto gli dissi subito che non doveva fare così, dato che, provavo a ragionare con Laris, se i ruoli fossero stati cambiati a lui non sarebbe piaciuto che qualcuno si riferisse  nello stesso modo nel suo confronto. Non riuscii a finire il mio discorso quando vidi avvicinarsi minaccioso il signore in questione. “Ma tu, cosa hai detto?!” intimò al bambino, “Ripetilo, che ti do un paio di schiaffi che è quello che meriti!”, disse l’energumeno arrabbiatissimo. Poi guardando me con profondo disprezzo mi sputò in faccia queste parole: “Voi non siete capaci d’educare i vostri figli! Volete che venga io a insegnarvi a schiaffi come si fa?!” . Io sono rimasta stupefatta per un momento, ho capito che questo uomo credeva che io fossi la mamma rom, di questo bambino rom, e quindi mi guardava con un’ostilità talmente chiara che faceva male, e il suo tono, era assolutamente duro e pieno di disprezzo. Per me è stata una sensazione nuova e assolutamente sgradevole il fatto che qualcuno, uno sconosciuto, mi parlasse in questo modo, senza rispetto, né riguardo né considerazione. Il bambino si chiuse su se stesso, a testa bassa, e impaurito si strinse a me ricercando protezione. Sebbene io fossi molto arrabbiata a mia volta, sentivo la faccia in fiamme e una vena del collo pulsare forte, mi obbligai a mantenere la calma e il tono neutro. “Stia tranquillo, signore, stavo giustamente rimproverando il bimbo per il suo sbagliato comportamento, adesso gli chiede scusa e finiamo l’incidente” . Non avrei dovuto farlo, quel tizio era talmente arrabbiato , (sicuramente non soltanto per essere stato chiamato Negro da un bimbo Rom), che voleva a tutti costi punire il bimbo, la madre e tutti quanti i selvaggi Rom che erano nel campo. Cercai di calmarlo dicendo che avrei parlato con i genitori del bimbo, cercai di farlo ragionare con la storia che siamo noi adulti a dovere dare l’esempio di civiltà e rispetto verso i simili, sembrava che finalmente ci stavamo capendo quando arrivò come un fulmine a ciel sereno la responsabile della Protezione Civile del campo, con una faccia che non anticipava nulla di buono. Al primo momento pensai che se la sarebbe presa con l’autista riottoso e offeso, ma poi scoprii che in realtà ce l’aveva anche lei con il mio piccolo amico Rom, ebbene, diciamo che i bimbi rom, come anche quelli latinoamericani, o forse quelli nordafricani, e via dicendo, non entrano nei canoni italiani dei “bravi bimbi”, canoni  d'altra parte molto discutibili, ma come bene sappiamo siamo noi adulti che dobbiamo essere bravi ad educare amorevolmente i nostri piccoli, siano o no i nostri figli, siano del nostro  paese che di qualsiasi altro.  In poche parole, i bambini sono simili ovunque, questo posso garantirlo basandomi sulla mia personale esperienza come insegnante e allenatrice sportiva che esercita la professione da più di trent’anni, sia nell’emisfero sud che nell’emisfero nord, i bambini saharawi, quelli che vivono in una favela del Brasile, quelli che si educano in una scuola privata di Sud Africa, quelli che giocano nel oratorio di Villa Fontana,quelli che lavorano la pasta di sale in un afoso cortile di Bologna, o che si rincorrono tra le tende d’un campo di rifugiati a Finale Emilia, avranno lo stesso atteggiamento davanti a un adulto che gli parla con affetto e con rispetto, daranno una risposta di comprensione e di fiducia. Ma forse questo non lo poteva sapere la responsabile del campo di Decima quando urlò in faccia al piccolo Laris: “Lo sapevo, che eravate voi, sempre voi, non lo capite che la dovete smettere di causare problemi! Dovete capire che non è facile convivere qui! Qui Noi abbiamo messo tutte le razze, ci siamo Noi italiani, voi rom, ci sono i marocchini, e i pakistani e gli altri! Non è facile per Noi farvi convivere insieme, dovete smetterla! Altrimenti dovremmo cacciarvi del campo! “. A questo punto io approfittai per mediare, e fissando l’accaldata volontaria le dissi:” “Forse potremo meglio dire che, siccome questi bimbi sono tutti nati in Italia, siamo tutti qui, in questo campo, come italiani, indipendentemente dalle “razze”, siamo stati tutti costretti a convivere in queste condizioni, Lei come italiana e anche questi piccoli come italiani dato che sono   tutti nati qui, nella Emilia. Possiamo vedere che il terremoto non ha fatto differenza, quindi forse sarebbe meglio dire a loro e anche a tutti noi adulti, di fare uno sforzo per affrontare questo frangente uniti, come italiani, come persone alla pari, chi è vittima e chi è volontario, dato che sulla terra che si muove , è nata lei e sono nati anche loro. Non pensa che questo ragionamento filerebbe meglio, signora ? Già tanto, presto dovrebbe essere approvata la legge che farà di loro, “seconda generazione,” legittimi cittadini italiani, o almeno questo, tutti noi, ci auspichiamo, non è vero?

La signora responsabile del campo mi guardò a bocca spalancata, e con lo sguardo pungente, volle dire qualcosa ma si trattene, rossa in faccia girò i tacchi e se ne andò senza aggiungere altro, tale era il suo disappunto. Anche il signore di colore se ne andò, ormai esaurita la sua ira. Noi, Loris, Laris, Luis, Aisha, Giulia, Hamid, Alex, Ziad, alcune mamme ed io siamo rimaste lì. Al tavolo, il puzzle inconcluso ancora ci aspettava.

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