Aiutiamoli a casa loro

Scritto da il 21 Gennaio 2016
Immaginario post (neo) coloniale della dipendenza africana.

Comunicazione data alla conferenza dell’AATI (American Association of Teachers of Italian) a Siena il 25/06/2015.


Riso amaro per l’Africa

Il 5 dicembre 1992, sulla spiaggia di Mogadiscio, l’allora ministro francese della salute, Bernard Kouchner, si fa riprendere dalle telecamere delle Tv di mezzo mondo mentre scende da una nave di aiuti umanitari con un sacco di riso sulle spalle.
La nave, secondo lo stato e i media francesi, contiene riso raccolto dai bambini francesi. In effetti, nelle scuole dell’esagono, durante le settimane precedenti lo sbarco, era stata organizzata una campagna intitolata “Riso per la Somalia”. I bambini francesi sono arrivati, tutti, a scuola con uno o due chili di riso da mandare ai bambini somali. Ma sembra che il riso che arriva alle popolazioni affamate del corno d’Africa non è nei pacchi da un chilo che si vendono nei supermercati. È contenuto nei soliti sacchi da 25 chili degli aiuti alimentari. In ogni caso, lo stato francese non aveva bisogno dell’aiuto dei bambini per riempire un paio di navi di aiuti alimentari. Aveva solo bisogno di fare una mega operazione di propaganda per mascherare un intervento militare in un intervento umanitario. Era l’inizio del concetto di “guerre umanitarie”.

Quella operazione propagandistica ma anche la figura stessa di Bernard Kouchner sono in vari modi simbolici dell’evoluzione dell’immagine dell’Africa nel linguaggio politico e mediatico occidentale Post(neo)coloniale. Medico di formazione, Kouchner è il fondatore di Medici Senza Frontiere e di Médecins du monde, due grosse strutture umanitarie francesi. Viene quindi dalla cooperazione umanitaria per approdare in politica e diventare uno dei principali paladini del “diritto-dovere di ingerenza”. Nozione che ha portato alla quasi totalità degli interventi militari dei paesi della Nato dalla fine della guerra fredda a Oggi.


Poveri loro

La distruzione del continente comincia con le deportazioni di schiavi. Milioni di persone deportate con la forza verso le colonie del nuovo mondo. Milioni sono arrivati e altri milioni sono morti durante i viaggi.

Dal dopo indipendenza dei paesi africani si è lavorato a lungo sull’immaginario occidentale (e anche africano) sull’idea che l’Occidente, in particolare, i paesi ricchi, in generale (cioè compresi paesi come le petromonarchie arabe, il Giappone, la corea del Sud…) aiutano l’Africa con miliardi di Dollari ogni anno. A questo immaginario di Africa mendicante, voragine di aiuti esteri e che nonostante il generoso aiuto di tutti va sempre peggio, hanno lavorato gli stati, l’Onu, il sistema bancario, i media e anche le agenzie di solidarietà internazionale.

Per 60 anni ci hanno bombardato di parole e immagini di una Africa che vive a carico del mondo. L’immagine del bambino africano rachitico invade gli schermi del mondo. Invece del lupo cattivo, è il bambino del Biafra che diventa lo spauracchio di chi non vuole finire la sua zuppa: mangia altrimenti diventi come lui.

Partono le grandi operazioni di “solidarietà”, i lanci di cibo dagli elicotteri, le distribuzioni dai camion. Partono i grandi concerti di musica. I giovani vanno ai concerti live a Londra, Parigi e Los Angeles. Si divertono un sacco e sono pure convinti di aver fatto del bene all’Africa.

“We are the world/ we are the children/ We are the ones who make a brighter day/ So let’s start giving

(ritornello di We are the world, scritta da Michael Jackson e Lionel Richie e cantata dalle maggiori star della Pop americana nel 1985)


L’immagine dell’Africa affamata nutre ogni tipo discorso:

– quello pietistico dei missionari: sono i nostri fratelli deboli, hanno fame, aiutateci ad aiutarli.

– Quello delle Ong: Sono esseri umani come noi, non ce la fanno da soli, aiutateci ad aiutarli,

– Quello della cooperazione di stato: sono degli stati che non sono in grado di svilupparsi da soli, useremo soldi pubblici per aiutarli,

– Quello dell’ONU: alcuni stati membri non ce la fanno da soli, la banca mondiale, gli stati più ricchi li devono aiutare a svilupparsi,

– Quello del Fondo monetario e della Banca Mondiale: gli stati poveri hanno bisogno dei prestiti e dell’assistenza nostra per trovare una via verso lo sviluppo,

– Quello delle multinazionali: siamo in Africa perché non è in grado da sola di sfruttare le sue ricchezze,

– Infine con gli esodi, anche negli ambienti di estrema destra xenofoba cresce il discorso di chi dice: non devono venire qui da noi, aiutiamoli a casa loro.

Tutti vogliono aiutare l’Africa. L’unica che sembra non voler aiutarsi è l’Africa stessa.

La realtà che viene esclusa dalla narrazione post (neo) coloniale è il fatto che i flussi economici (legali e/o sommersi) dall’Africa verso il resto del mondo sono infinitamente superiori a quelli dei così detti aiuti. Non è l’Africa ad essere in debito con il mondo è il mondo che è in debito con l’Africa.


In principio ci fu la schiavitù

Poi è arrivato il colonialismo, Il continente africano è stato diviso tra le maggiori potenze del momento: Gran Bretagna e Francia in testa ma anche Portogallo, Spagna, Olanda, Belgio, Germania e Italia. E’ con il colonialismo che appare il fenomeno delle carestie in Africa. Popolazioni intere espropriate dalle loro terre, coloni che possiedono da soli territori più grandi dei loro paesi di origine (no tra tanti il criminale, razzista e colonialista Cecil John Rhodes -1853-1902- che possedeva nella parte meridionale del continente territori più grandi di tutte le nazione dell’Europa occidentale), introduzione delle monoculture: caffè, canna da zucchero, banane, ananas, cacao, caucciù… a scapito dei prodotti di prima necessità. E’ con il colonialismo che si mette in campo il meccanismo della dipendenza alimentare dell’Africa. Il continente è costretto con la forza delle armi a produrre cose che non consuma e a consumare cose che non produce.

I sistemi socio politici tradizionali sono sistematicamente distrutti anche con l’imposizione di frontiere che tagliano in pezzi i popoli africani. In cambio viene messo in posto un sistema politico fantoccio e corrotto.


Il colonialismo è morto, viva il neo-colonialismo

Dopo la seconda guerra mondiale, il colonialismo mondiale, su indicazione del nuovo padrone del mondo, gli USA, viene dichiarato fuori legge e un processo lento di decolonizzazione è innescato. Ma le potenze coloniali non possono rinunciare a quella mana celeste che è l’Africa. Scelgono di concedere una apparente indipendenza politica, istituendo progressivamente un sistema neo-coloniale che è nei fatti ancora più spietato dell’ordine coloniale tradizionale, in quanto in apparenza gli ex stati coloniali non hanno più responsabilità nello sfruttamento disumano delle risorse e delle persone nei paesi ormai “indipendenti”.

Ogni giovane politico africano che tenta una via verso l’indipendenza vera è assassinato. La sola Francia ha fatto assassinare almeno una decina di presidenti legittimi considerati troppo ribelli, sostituendoli con militari, ex informatori dei servizi coloniali, mercenari e corrotti vari. La lista comincia con Sylvanus Olympio, legittimo presidente della Repubblica del Togo, eletto democraticamente e assassinato il 13 gennaio 1963 dal sergente Etienne Eyadema, torturatore e assassino al servizio del colonialismo francese appena rientrato dalla guerra in Vietnam. Eyadema ha regnato fino alla sua morte nel 2005 e ancora oggi a regnare su una repubblica del Togo dissanguata dalle multinazionali e dalla mafia al potere c’è il figlio Faure Eyadema. Questo scenario si ripeterà in tutta l’Africa Francofona e, con modalità non tanto diverse, anche nelle ex colonie britanniche, belghe, spagnole e portoghesi…

Un nuovo tipo di predatore arriva nella foresta africana: la multinazionale. Il continente è dichiarato territorio di caccia aperta non solo per gli amatori di safari, ma per tutti quelli in cerca di materie prime a basso costo e di lavoratori sfruttabili a volontà.

L’estrazione di petrolio, gas, minerali e legnami pregiati, le monoculture riducono il territorio a una spugna da spremere senza pietà. I prodotti vanno via ma sul territorio non rimane niente tranne inquinamento, povertà, ignoranza, schiavitù, guerre civili fomentate a tavolino. Le élite africane, giocano il gioco e contribuiscono non poco al consolidamento di questo sistema. I governi corrotti, in cambio di una piccola percentuale versta sui loro conti privati, svendono i propri paesi, i propri popoli. E’ l’esempio di Omar Bongo messo al potere in Gabon dalla Francia e soprannominato “Monsieur 17%”. 17% è la percentuale che la famiglia Bongo pretende da ogni estrazione di ricchezza naturale dal Gabon. Oggi al potere c’è il figlio, Ali Bongo. Grande amico della Francia. Era quello che camminava abbracciato con Hollande durante la marcia “Je suis Charlie”. La stessa Francia che pretende portare la democrazia con le bombe ovunque … ci sia petrolio.

E’ a queste dittature corrotte e violente che la Banca Mondiale e le banche occidentali cominciano presto a concedere prestiti miliardari. Questo si chiama “cooperazione per lo sviluppo”. Io concedo un prestito a uno stato di cui so che la classe politica è corrotta, ladra e violenta. Il prestito ritorna subito nelle banche in Svizzera, nel Lussemburgho o a Jersey, sui conti privati dei dittatori e dei loro ministri. Oppure viene iniettato nelle economie occidentali sotto forma di partecipazioni in società e acquisto di beni e proprietà di lusso.
Ma nel frattempo i paesi sono sempre più indebitati e presto arriva il Fondo Monetario Mondiale con i suoi programmi di aggiustamento strutturale. La ricetta è semplice: meno scuola, meno sanità, niente protezione sociale, privatizzazione di tutti i servizi pubblici. Ma nessuna condizione di democrazia, di riduzione della corruzione, di aumento della trasparenza, di riduzione dei budget militari o degli sprechi della politica. Niente. Andate avanti così. Che questo, a noi ci sta bene.

Questo succede tra la fine degli anni 70′ e la metà degli anni 80′. Risultato: fine anni 80′ i primi ragazzi africani cominciano a lasciare i propri paesi a piedi in direzione del nord. Fino a quel momento l’immigrazione si faceva con un regolare biglietto aereo o navale. Chi non si poteva permettere il viaggio, rimaneva a casa dove un minimo di vita dignitosa era ancora possibile. Dopo i programmi di aggiustamento, la vita diventa un inferno e migrare diventa l’unica soluzione per un numero sempre crescente di disperati.


L’umanitario come parte del problema

Le ONG umanitarie, anche se spesso nate con buone intenzioni, sono parte del problema e non della soluzione. Curano i sintomi della malattia senza mai affrontarne le cause. Anzi molto spesso contribuiscono ad inasprire il male. La dipendenza è la loro ragione di essere.

La ricerca di fondi è la priorità assoluta e molto spesso i progetti sono consoni alle esigenze dei donatori (che sono poi gli Stati responsabili dell’impoverimento dell’Africa) piuttosto che ai bisogni veri della popolazione. Se il trend è a forare pozzi si forano pozzi ovunque con o senza acqua. Se è alla costruzioni di scuole allora si costruiscono scuole ovunque senza un seguito. I fondi stanziati rimangono in buona parte nei paesi d’origine per pagare l’affitto e le bollette della ONG, per la progettazione, gli studi di fattibilità, gli stipendi degli operatori e dei consulenti, per l’audit e le operazioni di visibilità.

Il poco che arriva in Africa è molto spesso mal gestito da personale senza esperienza e senza competenze che presto comincia a comportarsi da neo-colono che dispone del personale locale come di servitù propria. Questo ovviamente non è un giudizio estendibile su tutta la cooperazione internazionale. Ci sono Ong e missionari seri e onesti, che svolgono un lavoro straordinario, ma sono una minoranza. Del resto il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mezzo secolo di cooperazione non ha fatto che peggiorare le cose.

Dall’altra parte del mondo l’Africa è presentata come il continente indigente. Quello che ha sempre bisogno dell’aiuto altrui. E di fronte all’immagine di chi chiede, chiede… ma non fa mai nessuno sforzo per uscire dalla povertà, le reazioni in genere sono di due tipi: quelli che hanno pietà e vogliono aiutare (e questi sono l’obiettivo delle pubblicità pietistiche delle ONG, delle chiese missionarie…) e quelli che pensano che bisogna aiutare di meno perché siamo stufi di aiutare sempre, e questi sono il target privilegiato dei discorsi conservatori: “aiutiamo prima i nostri”.


Dalle navi dei negrieri ai barconi dei disperati

Questi discorsi si stanno evolvendo oggi di fronte alle situazioni, sempre più frequenti, di arrivo di profughi dalle zone devastate del continente africano, le posizioni variano un pochino. Ci sono quelli che dicono di tipo: sì accogliamoli per pietà, per solidarietà, per carità cristiana… Poi ci sono quelli che dicono: “Va bene se proprio dobbiamo aiutarli, aiutiamoli a casa loro. Ma non devono venire da noi.” Perché si sa che il bambino affamato ruba il pane (della gente per bene)… etc.

Tutto questo è frutto di un discorso sbagliato sull’Africa. L’Africa è narrata da quelli che la sfruttano e l’immagine del continente ne esce al rovescio. Risulta che il parassita sia l’Africa, non le multinazionali, non gli stati coloniali e neo-coloniali. Risulta che è il mondo ad aiutare in continuazione l’Africa. Quando è vero proprio il contrario. I flussi di ricchezza dall’Africa verso gli altri continenti sono infinitamente superiori alle gocce che ci tornano sotto forma di crediti, aiuti, cooperazione internazionale, carità e quant’altro.


Di cosa ha bisogno l’Africa?

Questa è la narrazione dell’Africa che non viene fatta sui media principali. Non c’è nel discorso ufficiale. Non c’è nel discorso della maggioranza delle ONG. Tutti raccontano i mali dell’Africa ma nessuno le origini di questi mali. Ecco dunque nell’immaginario della maggioranza delle persone, compresi i suoi figli, l’Africa è vista come un continente parassita.

Ma la realtà è una altra. L’Africa non avrebbe bisogno di essere aiutata da nessuno tranne che dai suoi figli. Il sistema degli aiuti continua solo ad appesantire il debito e la dipendenza. Non chiede nemmeno la restituzioni di ciò che le è stato sottratto, sarebbe incalcolabile.

L’Africa ha bisogno che si smetta di saccheggiarla. Questo sì.  Perché in tal caso avrebbe le risorse per farcela da sola.

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