L’image manquante della Cambogia

Scritto da il 16 Dicembre 2013
L’image manquante della Cambogia immagine ufficiale

“Per molti anni ho cercato l'immagine mancante: una foto scattata tra il 1975 e il 1979 dai Khmer Rossi quando governavano la Cambogia... Di per sé, ovviamente, un’immagine non può testimoniare un omicidio di massa, ma ci dà modo di riflettere, ci spinge a pensare, a ricordare la Storia. L’ho cercata invano negli archivi, nei vecchi documenti, nei villaggi di campagna della Cambogia. Oggi lo so: questa immagine deve essere mancante. Non la stavo cercando davvero: non sarebbe infatti risultata oscena e insignificante? Così l’ho creata. Ciò che oggi vi consegno non è  né l’immagine, né la ricerca di un’unica immagine, ma il quadro di un’indagine, quella resa possibile dal cinema”.  A raccontarsi è il regista cambogiano Rithy Panh autore del documentario “L’image manquante” in calendario all’ultimo Torino Film Festival.


Non ci sono attori, nessun essere vivente, solo pupazzi di argilla a riempire ogni sequenza e una voce narrante che rievoca ciò che è stato, vissuto e subito in quei terribili anni dimenticati.


E’ il 1975, la città di Phnom Penh per il giovanissimo Rithy Panh è un oasi di vita, profumi, idee, colori. Di libertà. Ma tutto viene spazzato via dall’ingresso delle truppe rosse di Pol Pot  che impongono presto a tutto il popolo l’ideale di un socialismo violento, agghiacciante, tiranno.

Abbracciare la nuova via di liberazione è il credo dei Khmer rossi che impongono alla popolazione l’esatto contrario: la libertà di ogni singolo individuo sarà calpestata, martoriata, il pensiero individuale sfiorito, afflosciato e la vita stessa profanata.


Il bambino di quei anni ora è diventato un adulto che ripercorre, indelebili, quei giorni di condanna, fa tornare a galla la sua infanzia violata, le ingiustizie subite ( nel genocidio cambogiano perse completamente tutta la sua famiglia) ed il dolore sedimentato nel profondo di sé stesso, la sofferenza custodita da tutto il  popolo cambogiano, depredato e violentato può finalmente, ora, uscire fuori.


E’ quell’immagine mancante a tormentare il regista: lui la cerca e la crea, letteralmente, dalle sue mani, dà vita e voce al suo popolo ed il linguaggio cinematografico perfeziona questa “immagine”: il crimine su un intero popolo ora è raccontato, riportato e avergli donato un senso può – in parte – supplire alla profonda privazione vissuta  in quei tortuosi quattro anni.

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