Donne e invisibilità: Rajo…ciascuno ha la sua stella.

Scritto da il 26 Febbraio 2014
Dal momento che ho due bambini piccoli e nessun nonno (o nonna) come tata, per correre a teatro e vedere Rajo ho dovuto sudare il giusto. Chi, come me, non nuota nelle possibilità delle tate a disposizione, sa che concedersi una serata fuori dalla famiglia non è così semplice e immediato. Questa interazione tra ménage casalingo e bramosia culturale mi fa giungere al Teatro Baretti di Torino, giusto in tempo per trovare una buona poltrona e rilassarmi un secondo prima dell’inizio dello spettacolo. Appena Suad Omar sale sul palco, dimentico in un battito d’ali le urla, il fracasso, il pentolame e l’ euforia delle mie quattro mura di casa e mi immergo. Ebbene sì, lo spettacolo ‘Rajo…ciascuno ha la sua stella’ è un’immersione profonda ed emotiva nella storia di una donna somala. Una storia che raccoglie in sé le voci di tutte le altre donne nella stessa condizione. L’attrice riempie la scena e le regala, per quell’ora e venti minuti circa di spettacolo, un’anima e una luce propria. Le musiche dal vivo, composte ed eseguite da Tatè Nsongan, si affiancano armonicamente alla parola. In questo microcosmo scenico, essenziale nel suo allestimento, emerge con forza il cammino personale di una donna nata ‘Midgan’ (impura e quindi invisibile) nel suo Paese; dell’orrore della guerra, della violenza subita senza potersi ribellare, dell’ipocrisia delle grandi organizzazioni umanitarie, della voglia di diventare ‘visibile’ e della scelta di mettersi in viaggio verso un’Europa, di cui il solo nome profuma di libertà.

Rajo, in lingua somala, significa speranza ed è sotto questa stella che si muovono i passi della donna sul palco. Alcune scene toccano le corde emotive più profonde: il rapporto con la madre e il concetto più ampio di maternità, reso teatralmente nel cullare e accarezzare uno scialle nero, lo stile della ‘camminata’ da adottare in un terreno minato per sopravvivere; la violenza sessuale, la mimesi del viaggio e la successiva invisibilità nel Belpaese.

Esemplare nel suo genere la scenografia del viaggio: sedie vuote su cui l’attrice depone amorevolmente vestiti differenti, quasi a ricreare le personalità dei viaggiatori. E, così facendo, ne ricorda i visi e le peculiarità. Proprio a questi compagni di viaggio e alle loro storie, messe per sempre a tacere negli abissi del mare, Suad Omar dedica questo spettacolo che si conclude con un lungo e sentito applauso in sala.

Spettacolo a cura di Almateatro con regia scenica di Gabriella Bordin.

( 19/20/21 febbraio a Torino,Teatro Baretti)

Lascia un commento